Fra il 1919 e il 1922 l’Italia visse un periodo di notevole fermento politico. Le condizioni di povertà e le politiche del governo Giolitti, che opprimevano una parte consistente della medio bassa borghesia e dei latifondisti italiani, portarono alla formazione di “squadre” rivoluzionarie popolari che si costituirono intorno ad un leader, Benito Mussolini, dando vita al periodo più cupo della storia unitaria del nostro paese: il fascismo. Il carattere ambivalente che accomunava socialismo e nazionalismo intorno ad un moto anti politico e qualunquista di queste forze, accese gli animi di molte classi sociali spingendo ciecamente moltissimi giovani a parteciparvi e, per paura, gran parte del resto della popolazione a rimanervi spettatore passivo.
Qualche giorno fa un gruppo composito di attivisti del cosiddetto “Movimento dei forconi”, motivato dalla situazione economica precaria in cui verte il nostro paese e stretto intorno alla controversa figura di Martino Morsello, ha avviato una rivolta in Sicilia, annoverando sotto una spinta rivoluzionaria, che ricorda molto quella del ventennio, moltissimi giovani, artigiani, agricoltori alla fame, e intimando attraverso la paura il blocco totale dell’economia isolana.
Congelano le strade con mezzi pesanti, automobili, camion, trattori; intimano con la violenza gli automobilisti ad abbandonare il proprio veicolo; girano per i negozi minacciando i proprietari di danni alla loro attività qualora decidessero di tenere aperto. Una grande giostra di protesta nella più totale anticostituzionalità che vede le forze dell’ordine assolutamente e ingiustificatamente impietrite e prive di iniziativa di contrasto.
Martino Morsello è uno dei personaggi più misteriosi della scena siciliana, imprenditore fallito, ex militante del PSI di Bettino Craxi, collaboratore di Borsellino nello scioglimento per mafia del consiglio comunale di Marsala, ha portato sul lastrico la propria azienda, la “Ittico Mediterranea” in circostanze non ancora del tutto chiare; uomo apparentemente scomodo al potere costituito, ne ha sempre preso parte appieno, candidandosi con l’MPA di Lombardo alle elezioni regionali (non eletto) e avvicinandosi recentemente alle posizioni di Forza Nuova, movimento dell’ultradestra italiana, a cui ha partecipato come ospite d’onore ai suoi convegni (video).
Accanto a lui il primo uomo di spicco è Mariano Ferro, ex forzista ex Mpa, anch’egli trombato, ha abbandonato partiti al cui fianco ha governato per decenni, per dedicarsi a questa lotta contro “la casta” di cui non ha mai disdegnato precedenti favori.
Dulcis in fundo, l’appoggio “esterno” della Lega Nord, che dalle sapienti righe della Padania lascia suonare gli squilli della rivoluzione siciliana; partito, la lega, che come ha dimostrato un servizio giornalistico francese, è un vero e proprio ricettacolo di neo fascisti nascosti dietro la maschera del regionalismo cattolico (video).
L’aspetto preoccupante è che questa deriva populistico-reazionaria, marcatamente di destra e totalmente oscura nelle dinamiche propositive, sta contagiando il resto d’Italia, spingendo altre personalità nella penombra della politica nazionale a muoversi all’interno della propria regione di appartenenza. In Sardegna, Andrea Impera, portavoce del movimento artigiani del Sulcis, annuncia un blocco totale per martedì 24 gennaio, mentre a Milano ci si prepara a ostruire il casello dell’autostrada A4.
Da sfondo, l’immobilismo delle forze dell’ordine sembra ricordare sfaccettature della strategia della tensione, del metodo Cossiga, o forse, ancora peggio, degli anni in cui il disordine e il caos servivano per incutere timore nel popolo e per farlo accomodare alle decisioni più inique e anti sociali. Ricorda gli scontri di Agosto di Londra, con gli interventi della polizia locale e dell’esercito molto rimandati, e con il tentativo successivo di David Cameron, premier britannico, di far approvare un pacchetto di leggi di emergenza per la restrizione dei diritti civili.
Insomma, nella cattiva informazione e nel silenzio della politica nazionale, questa falsa rivoluzione pare soddisfare un po’ tutti: da una parte i politicanti di secondo piano e le frange violente di destra che hanno trovato uno “sfogo” per uscire dall’ombra, dall’altra il governo e i poteri forti che possono giovarsi di questa sterile ondata di terrore, per giustificare un giro di vite sulle libertà civili e trovare l’appoggio incondizionato di una nazione che al caos e alla paura ha sempre preferito una placida sottomissione.
venerdì 20 gennaio 2012
venerdì 6 gennaio 2012
La triste scuola della felicità
Chissà cosa sarebbe successo a Leopardi se avesse avuto a disposizione una facoltà di scienze della felicità a pochi chilometri da casa, se avesse avuto qualcuno capace di insegnargli a resistere alle "brutture dell'umanità", magari con qualche corso di "adescamento" o di "Tex Willer", erudito sul come sia giusto prendere la vita per stare bene e magari pensare poco, da niente popodimeno che Vittorio Sgarbi (uomo di rinomata saggezza e placidità) o da Michela Murgia (dall'alto della sua coerenza e obiettività).
Chissà, forse sarebbe morto qualche anno più in là e forse ci avrebbe risparmiato tutto quel pessimismo cosmico, che qualche stolto filosofo chiama persino realismo, oppure quei tratti dello zibaldone in cui elogia lo stato di "noia" morale, di depressione, al fine di trovare la nuova spinta a raggiungere la propria felicità.
La PROPRIA felicità, qualcosa che non si insegna a scuola, qualcosa che si vive e si capisce vivendo, perchè le "brutture del mondo" sono tali in quanto noi le percepiamo tali e qualcosa che a noi può sembrare fonte di tristezza per il mio vicino di casa puà essere la radice della più estrema felicità.
Ma al di là di questo concetto elementare, ci sono aspetti ben più inquietanti dietro la nascita di una "Facoltà di Scienze della Felicità" concepita dall'artista sardo Filippo Martinez.
L'Università di Aristan, a Oristano appunto, una pletora di super docenti, grandi guru che campano sul sistema che produce quelle stesse brutture del mondo che intendono combattere a cominciare da chi ha fatto del trash Mediaset la propria bandiera aziendale per anni o di chi pubblica con case editrice che sono vere e proprie multinazionali seriali del libro, che hanno spezzato l'unità arte/letteratura, mercificando le parole e allontanando la profondità del pensiero da esse.
Chi qualifica questi accademici a dirci come essere felici? E ancora, che cosa spinge questi magnanimi profeti della nostra salvezza spirituale a volerci indicare la via?
E Infine e soprattutto chi li autorizza?
Una gang composita di arroganza e di ascetismo autoreferenziali in cui personalità fantascientifiche ci suggeriscono che tutta la tradizione dello scibile umano, quella che studiamo nelle università classiche da centinaia di anni, il lungo percorso della conoscenza umana, non serve a nulla, non ci renderà felici, non ci realizzerà quanto un buon corso di francoecicciologia.
E in un certo senso ricordano Patrick Swayze in Donnie Darko, un motivatore bigotto e demagogico che nascondeva dietro i suoi precetti i peggiormi misfatti, e mi chiedo se loro, i grandi insegnanti della felicità, sono poi così felici e lontani dalle "brutture dal mondo" o se lo sarebbero comunque se avessero un Modello Unico simile a quello di un operaio, invece del loro.
L'Università di Aristan oltre ad essere un ottima trovata per arrotondare gli stipendi di questi pseudo artisti all'italiana (il costo di iscrizione si aggira intorno ai 200 euro annuali) è anche un formidabile soporifero delle menti, un attentato al pensiero profondo e alla ricerca esistenziale.
La felicità come novero di materie e di esperienze didattiche originali da affrontare, come serie di esami da dare, come oggettivazione di nozioni da valutare è un abito di spensieretezza su uno scheletro bucherellato dai colpi mortali della postmodernità.
Siamo di fronte ad un esperimento di controllo senza precendenti, dove addirittura ci viene detto come uscire dalla tristezza e l'uscita dalla tristezza viene ad essere un impegno inderogabile, un obbligo sociale, al pari di avere una laurea, per trovare un posto al sole in questo mondo brutto e desolato soltanto agli occhi di chi non ha ancora accettato la ricettina magica della banda di Martinez.
La tristezza non è anzitutto un disvalore. E' bene che usciamo da questo paradigma tutto occidentale, nel quale ci ha cacciato il fine novecento, con l'ideale del benessere a tutti i costi, quello ostentato e per certi versi disegnato, non basato su reali cognizioni di bene ma su mancate cognizioni di male, il benessere della dimenticanza del malessere, per intenderci.
La tristezza è la fonte inesauribile del pensiero profondo, è il motore dei più grandi cambiamenti morali, spirituali e per certi versi anche storici. La tristezza è la musa dei più grandi artisti, è il canale preferenziale della bellezza, è appunto quella "noia morale" leopardiana che porta l'essere umano a concepire un infinito interiore da cui trarre la sua più grande crescita.
Il controllo della tristezza è il controllo mentale più semplice ed efficace, chi controlla la nostra apparente felicità controlla il nostro pensiero, guida le nostre azioni, agevola la non praticabilità del dubbio. Solo chi dubita puà essere infatti triste, perchè dal dubbio trae spazio il senso di non coincidenza fra essere ed esistere, o per dirla più semplicemente, fra come dovrei vivere e come invece vivo, fra cosa dovrei fare e cosa invece faccio.
L'Università della felicità pare dunque un grande istituto di statistica dei comportamenti umani, una sorta di laboratorio, in cui capire quanto l'essere umano può dimenticarsi di sè stesso e della propria naturale condizione di essere triste e ricercatore di felicità, in cambio di un attestato che qualifichi la propria "guarigione" agli occhi invidiosi degli altri.
Non importa infatti, se alla fine saremo felici davvero, ciò che importa è poter sventolare un pezzo di carta che dimostra che lo siamo e che ci autorizza magari a vessare i nostri amici nella "trasmissione" della nuova presa di coscienza.
Francamente ne avremmo fatto volentieri a meno di una nuova fabbrica di mostri, non ci fosse bastata la new age dei rockfeller o le comuni del '68 che come disse la buonanima di Peppino Impastato, altro non erano che un bel film con cui distrarre le masse e indurle al disimpegno.
E quindi non vi offenderete se mi tengo Leopardi e vi lascio Vittorio Sgarbi, nella speranza che anche solo un accostamento simile non faccia rivoltare nella tomba il poeta di Recanati.
Chissà, forse sarebbe morto qualche anno più in là e forse ci avrebbe risparmiato tutto quel pessimismo cosmico, che qualche stolto filosofo chiama persino realismo, oppure quei tratti dello zibaldone in cui elogia lo stato di "noia" morale, di depressione, al fine di trovare la nuova spinta a raggiungere la propria felicità.
La PROPRIA felicità, qualcosa che non si insegna a scuola, qualcosa che si vive e si capisce vivendo, perchè le "brutture del mondo" sono tali in quanto noi le percepiamo tali e qualcosa che a noi può sembrare fonte di tristezza per il mio vicino di casa puà essere la radice della più estrema felicità.
Ma al di là di questo concetto elementare, ci sono aspetti ben più inquietanti dietro la nascita di una "Facoltà di Scienze della Felicità" concepita dall'artista sardo Filippo Martinez.
L'Università di Aristan, a Oristano appunto, una pletora di super docenti, grandi guru che campano sul sistema che produce quelle stesse brutture del mondo che intendono combattere a cominciare da chi ha fatto del trash Mediaset la propria bandiera aziendale per anni o di chi pubblica con case editrice che sono vere e proprie multinazionali seriali del libro, che hanno spezzato l'unità arte/letteratura, mercificando le parole e allontanando la profondità del pensiero da esse.
Chi qualifica questi accademici a dirci come essere felici? E ancora, che cosa spinge questi magnanimi profeti della nostra salvezza spirituale a volerci indicare la via?
E Infine e soprattutto chi li autorizza?
Una gang composita di arroganza e di ascetismo autoreferenziali in cui personalità fantascientifiche ci suggeriscono che tutta la tradizione dello scibile umano, quella che studiamo nelle università classiche da centinaia di anni, il lungo percorso della conoscenza umana, non serve a nulla, non ci renderà felici, non ci realizzerà quanto un buon corso di francoecicciologia.
E in un certo senso ricordano Patrick Swayze in Donnie Darko, un motivatore bigotto e demagogico che nascondeva dietro i suoi precetti i peggiormi misfatti, e mi chiedo se loro, i grandi insegnanti della felicità, sono poi così felici e lontani dalle "brutture dal mondo" o se lo sarebbero comunque se avessero un Modello Unico simile a quello di un operaio, invece del loro.
L'Università di Aristan oltre ad essere un ottima trovata per arrotondare gli stipendi di questi pseudo artisti all'italiana (il costo di iscrizione si aggira intorno ai 200 euro annuali) è anche un formidabile soporifero delle menti, un attentato al pensiero profondo e alla ricerca esistenziale.
La felicità come novero di materie e di esperienze didattiche originali da affrontare, come serie di esami da dare, come oggettivazione di nozioni da valutare è un abito di spensieretezza su uno scheletro bucherellato dai colpi mortali della postmodernità.
Siamo di fronte ad un esperimento di controllo senza precendenti, dove addirittura ci viene detto come uscire dalla tristezza e l'uscita dalla tristezza viene ad essere un impegno inderogabile, un obbligo sociale, al pari di avere una laurea, per trovare un posto al sole in questo mondo brutto e desolato soltanto agli occhi di chi non ha ancora accettato la ricettina magica della banda di Martinez.
La tristezza non è anzitutto un disvalore. E' bene che usciamo da questo paradigma tutto occidentale, nel quale ci ha cacciato il fine novecento, con l'ideale del benessere a tutti i costi, quello ostentato e per certi versi disegnato, non basato su reali cognizioni di bene ma su mancate cognizioni di male, il benessere della dimenticanza del malessere, per intenderci.
La tristezza è la fonte inesauribile del pensiero profondo, è il motore dei più grandi cambiamenti morali, spirituali e per certi versi anche storici. La tristezza è la musa dei più grandi artisti, è il canale preferenziale della bellezza, è appunto quella "noia morale" leopardiana che porta l'essere umano a concepire un infinito interiore da cui trarre la sua più grande crescita.
Il controllo della tristezza è il controllo mentale più semplice ed efficace, chi controlla la nostra apparente felicità controlla il nostro pensiero, guida le nostre azioni, agevola la non praticabilità del dubbio. Solo chi dubita puà essere infatti triste, perchè dal dubbio trae spazio il senso di non coincidenza fra essere ed esistere, o per dirla più semplicemente, fra come dovrei vivere e come invece vivo, fra cosa dovrei fare e cosa invece faccio.
L'Università della felicità pare dunque un grande istituto di statistica dei comportamenti umani, una sorta di laboratorio, in cui capire quanto l'essere umano può dimenticarsi di sè stesso e della propria naturale condizione di essere triste e ricercatore di felicità, in cambio di un attestato che qualifichi la propria "guarigione" agli occhi invidiosi degli altri.
Non importa infatti, se alla fine saremo felici davvero, ciò che importa è poter sventolare un pezzo di carta che dimostra che lo siamo e che ci autorizza magari a vessare i nostri amici nella "trasmissione" della nuova presa di coscienza.
Francamente ne avremmo fatto volentieri a meno di una nuova fabbrica di mostri, non ci fosse bastata la new age dei rockfeller o le comuni del '68 che come disse la buonanima di Peppino Impastato, altro non erano che un bel film con cui distrarre le masse e indurle al disimpegno.
E quindi non vi offenderete se mi tengo Leopardi e vi lascio Vittorio Sgarbi, nella speranza che anche solo un accostamento simile non faccia rivoltare nella tomba il poeta di Recanati.
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